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Docu-fiction: la nuova realtà passa anche con il giornalismo cinematografico



la non fiction - perchè la definizione di documentario rischia di marcare
in maniera eccessivamente netta le differenze con la fiction - ad assurgere
a forma principe di riflessione delle lacerazioni e contraddizioni della
società occidentale contemporanea.

Visioni storiche, politiche e ideologiche si ricompongono attraverso
interviste, filmati e inchieste condotte in prima persona da film-maker che non esitano a innestare i loro reportage in storie ben congegnate e sceneggiate.

D’altronde già il francese Nicolas Philibert con “Nel paese dei sordi” e “Essere o avere”, e il regista Oliver Stone in “Persona non grata” – sull’annosa questione arabo-israeliano – e in “Comandante”, lunga intervista-confessione a Fidel Castro, avevano sentito la necessità di ricorrere alla forma documentarista per scandagliare la realtà.

Catalizzatore del fenomeno è stato Michael Moore, con i suoi saggi e i suoi
pamphlet-documentari a tesi: "Bowling a Columbine", sull'endemica tendenza
alla violenza delle armi negli Stati Uniti e il controverso "Fahrenheit 9/11"
sugli effetti devastanti dell'attacco alle Twin Towers sull'esercizio della
democrazia americana.

Il successo e le esternazioni di Moore hanno aperto una breccia nel mercato
cinematografico mondiale, garantendo al genere una visibilità
e una dignità mai raggiunte in passato da questio tipo di produzioni audiovisive.

Presentato alla 60° Mostra del cinema di Venezia, "The Agronomist" solo ora
è pronto a uscire nelle sale italiane; un'uscita che molto deve alla crescente
attenzione dei media italiani nei confronti dei documentari.

L'opera firmata dal regista de "Il silenzio degli innocenti", Jonathan Demme,
è un'accorata ricostruzione della carismatica personalità di Jean Dominique,
agronomo haitiano divenuto il portavoce dei diritti umani contro l'oppressione
e la dittatura.

Fondatore della radio Haiti-inter, la rete radiofonica più longeva del paese,
Dominique ispirò un nuovo linguaggio politico e di protesta, facendo leva
sul creolo - piuttosto che sul francese (lingua delle élite) - per svelare
le corruzioni del governo haitiano.

Con l'ausilio di interviste e immagini d'epoca, Demme ricompone il ritratto
di un giornalista antesignano, ucciso per il suo attivismo e il suo impegno
civile.

Un messaggio, quindi, di grande efficacia storica, le cui finalità
didascaliche ed emotive risultano evidenti: l'unico protagonista della cronistoria,
Dominique, si trasforma in un'icona della coscienza democratica e del coraggio
politico.

Lo stesso percorso attraversa parallelamente "The Fog of War" di Errol Morris, che si concentra su
una delle figure più significative della politica del XX secolo: Robert
McNamara, ex segretario della Difesa con John Kennedy e Lyndon Johnson.

La lunga intervista - confessione
offre nuovi spunti per riconsiderare un periodo segnato dalla costruzione del Muro di Berlino, dalla crisi dei missili di Cuba e dall'escalation della guerra del Vietnam: un
crocevia di tensioni nucleari e confini geopolitici drammaticamente delineati.

Una riflessione, quella condotta da Morris, che sembra collocarsi lontano
nel tempo, ma che - in realtà - mostra i germi di questioni irrisolte, come
dimostra l'attuale politica estera americana.

Come sottolinea McNamara, la capacità di convergere verso il compromesso
e l'umiltà di risolvere i conflitti assumendo il punto di vista dell'altro
rappresentano fattori discriminanti le sorti del mondo. Oggi più di ieri.

La nuova generazione di film-maker rimane ancorata all’impegno civile, concentrandosi su temi attuali quali la globalizzazione e le anomalie del modello di vita occidentale.

Protagonista del documentario "The Corporation", diretto da Mark Achbar, Jennifer Abbott (tratto dal saggio The Corporation: The Pathological Pursuit of Profit and Power di Joel Barkan) è l’influenza che stanno esercitando le multinazionali, entità dominanti lo scenario economico attuale.

La persecuzione del profitto raggiunta dalle “corporation” assume, infatti, un carattere patologico, in virtù della profondità e dell’accuratezza con le quali applicano strategie di successo, spesso tutt’altro che trasparenti.

Diventa allora evidente come le convenzioni e gli elementi strutturanti il genere del documentario rappresentino gli strumenti ideali per analizzare, con la giusta intensità ed efficacia, l’avidità morale e materiale delle multinazionali.

La metodologia d’azione viene dissezionata chirurgicamente dai film-maker, avvalendosi - oltre che delle autorevoli opinioni di Noam Chomsky, Naomi Klein (autore di No Logo) e lo stesso Moore – anche degli interventi di dirigenti, presidenti e dirigenti di notissime aziende di livello internazionale.

I danni collaterali delle multinazionali sono al centro di un’altra inchiesta provocatoria, "Super Size Me" di Morgan Spurlock, che affronta il problema della mala-alimentazione negli Stati Uniti, incarnato dalla più famosa catena di fast food del mondo – Mc Donald’s – e concretizzato dall’alta e concreta percentuale di obesi americani.

Sotto accusa le proporzioni Super Size dei menù di Mc Donald's, che - ad un prezzo più conveniente - offronopatatine e bibite in quantità extra-large.

Sottopostosi per un mese, e per 3 pasti al giorno, alla dieta del celebre fast food, Spurlock ha evidenziato esorbitanti valori del colesterolo e problemi di salute preoccupanti, anche per i medici interpellati.

Un grido di allarme che però non è passato inosservato negli States, visto che la dirigenza del Mc Donald's ha eliminato il Super Size a favore di alimenti più salutari, anche se ha ufficialmente smentito l'influenza del film sulla decisione.

In contrapposizione al rifiorire del genere horror e del fantasy nel cinema mondiale - e americano in particolare -, è dunque il documentario a smuovere le coscienze collettive sui temi chiave della nostra esistenza civile.

(inserito il 23/11/2004)

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