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La mia visione del fotogiornalismo



Come muoversi.

La mia visione del reportage è indissolubilmente legata a quella del giornalismo, cosiddetto “da campo”. Questo avviene sia nell’ambito della fotografia, che in quello della carta stampata ma il discorso si estende anche alla televisione.

Recarsi in un luogo per raccontare gli eventi e soprattutto testimoniarli con le immagini richiede la consapevolezza che per realizzare un buon lavoro sono necessarie diverse caratteristiche. La prima di tutte è una profonda umiltà, nel senso che non bisogna mai perdere di vista il fatto che ci si trova in qualità di ospiti nel luogo in cui si va a svolgere il proprio lavoro, l’arroganza e la maleducazione non producono mai dei buoni risultati se non quello di rischiare di mandare a monte un servizio per poche e inopportune leggerezze. Umiltà e rispetto sono requisiti fondamentali! E’ necessario sapere di poter contare su uno spiccato spirito di sacrificio e di adattamento. Prima di muoversi è necessario che ci si documenti sulla storia politica e religiosa, passata e contemporanea del paese e sulle usanze dei popoli che ci troveremo di fronte, durante il soggiorno bisogna fare opera di approfondimento, e la fase successiva è dedicata all’elaborazione di quanto raccolto. Registrare e ascoltare le storie, anche i frammenti di un racconto possono aiutare a delineare un quadro più limpido della storia di un popolo e del loro modus vivendi.

E poi c’è il contesto sociale. Quell’habitat in cui la gente vive e nel quale cercare, se ci si riesce, di mettersi nei panni di chi abbiamo di fronte così da sentirci parte integrante dell’ambiente in cui stiamo operando. Insomma, bisogna fare in modo da poter cercare di guardare il mondo con i loro occhi. Tutto ciò, so per esperienza, viene capito e percepito ed è sempre molto apprezzato!

Noi, la macchina fotografica e gli altri.

Sono dell’opinione che per fare del buon fotogiornalismo si debba partire da un presupposto fondamentale, cioè la discrezione. Passare il più possibile inosservati, mischiarsi alla gente per cogliere le istantanee più naturali e spontanee. E’ noto e umano che ognuno reagisce in maniera diversa di fronte a un obiettivo fotografico, c’è chi si mette in posa, chi si mette il braccio davanti al viso, chi si gira dall’altra parte e c’è anche chi dimostra di non gradire affatto. Ero in Cambogia e una bambina, accortasi che stavo per puntare la macchina fotografica, si girò verso di me e alzando il braccio mi fece segno con la mano che non voleva che la riprendessi. In alcune situazioni quando si ha a che fare con le persone, ma soprattutto coi bambini, la macchina fotografica dobbiamo considerarla come se fosse un microfono dei servizi segreti, cercare di renderla quasi invisibile. Paradossalmente dovremmo dire di vergognarci di portarla con noi. Va usata con rapidità, e furbizia. Il nostro istinto farà tutto il resto. Quando proprio non possiamo fare a meno di riprendere qualcosa che ci sembra difficile fotografare in quel momento e a cui teniamo molto, magari perché ci viene opposto un netto rifiuto, sta a noi in questo caso, cercare con pazienza di creare le condizioni più opportune per arrivare a raggiungere lo scopo. Il consiglio é di tappare l’obiettivo e cercare di entrare in amicizia, con sorrisi e gentilezze, avendo molta pazienza. L’esperienza insegna che, sapendoci fare, si riescono ad abbattere le diffidenze.

Cercare di costruire un buon rapporto con le persone è sempre la cosa migliore da fare. Non siamo solo ospiti di un paese, siamo anche noi diversi ai loro occhi. E’ buona norma inoltre, evitare di prendere posizioni politiche nette, a favore o contro chiunque, politica e religione sono sempre terreni minati ed è bene affrontarli con la massima cautela. Le nostre opinioni politiche e religiose teniamocele per noi. Il primo dovere di un giornalista è quello di raccontare i fatti senza interferire, di raccogliere delle testimonianze e di farle conoscere alla nostra utenza e deve farlo soprattutto senza prendere posizioni che nessuno ci ha richiesto. A questo fa naturalmente eccezione il lavoro commissionato. Per esempio, se ci viene chiesto di fare un servizio sulle tensioni e sulla vita difficile che vivono le famiglie di coloni israeliani in Cisgiordania perennemente sotto protezione dell’esercito, oppure sulla condizione di vita dei bambini palestinesi rimasti senza casa e senza scuola perché andate distrutte in un bombardamento, allora sarà a questi temi che ci si dovrà scrupolosamente attenere e ci si dovrà sforzare di mettere da parte la nostra posizione politica, qualunque essa sia. La faziosità, che comunemente si traduce col termine di propaganda, traspare anche dalle fotografie e non solo dalle parole di un giornalista televisivo o da un articolo di giornale o da un video. Un buon direttore, o editore, se davvero in gamba, apprezzerà sempre e comunque la nostra professionalità e questo modo di lavorare.

Grandi fotografi come Henry Cartier Bresson, Robert Capa, Salgado e tantissimi altri sono icone ed esempi di una fotografia imparziale, una fotografia che racconta situazioni ed eventi, di guerra e non. Ma che comunque hanno raccontato e continuano a raccontare i momenti più importanti della storia del mondo.

Autonomia e indipendenza.

Il fotografo freelance è per definizione autonomo e indipendente, ma ha certamente più difficoltà a piazzare il proprio lavoro di quante non ne abbia un fotogiornalista che si muove come inviato di un giornale o di un’agenzia fotografica. La difficoltà maggiore deriva innanzitutto dall’aspetto economico. Ogni freelance dovrà finanziarsi il viaggio, l’albergo e non può contare su rimborsi spese e inoltre se vuole stipulare un’assicurazione deve farsela a sue spese. Tutto questo per sperare in seguito di vendere ciò che ha realizzato e se non dovesse riuscirci, ci avrà solo rimesso. In compenso può contare su un’autonomia a 360 gradi perché nessuno gli dirà mai cosa e come deve lavorare. Chi invece dipende da un giornale, se da un lato ha dalla sua maggiori coperture, prima di tutto finanziarie e assicurative, dall’altro può essere soggetto anche a maggiori vincoli e limitazioni. In questo caso deve affidarsi soprattutto alla buona sorte di avere a che fare con un direttore che, una volta affidatogli un incarico, non interferisca più di tanto nel suo lavoro. Naturalmente anche il fotogiornalista deve metterci il suo affinché in egli venga riposta la massima fiducia. Ma talvolta questo non è abbastanza.

Un “raccapricciante” esempio di ingerenza e di mancanza di rispetto nei confronti di un professionista è legato a un episodio che vide coinvolto un mio caro amico, un famoso, ma ormai anziano fotoreporter italiano che ha lavorato per decenni con molti importantissimi giornali nazionali e internazionali in zone di guerra, che ha viaggiato nella giungla cambogiana con i Khmer rossi e che ha lavorato nei luoghi più caldi della terra.

Si trovava all’estero durante un conflitto e il suo direttore un giorno lo chiamò in albergo dalla redazione chiedendogli con forza di fare una fotografia che lui avrebbe voluto a tutti i costi, forse se l’era sognata di notte. Voleva un’immagine che ritraesse una donna in fuga con un bambino in braccio e sullo sfondo una chiesa in fiamme, e per giunta la voleva anche al tramonto!

In pratica il fotografo avrebbe dovuto sperare di trovare una chiesa in fiamme o se non l’avesse trovata avrebbe fatto bene ad appiccare l’incendio, poi trovare una donna che piangesse e scappasse con un bambino in braccio e magari poi dire alla signora: “Mi scusi, può scappare da questa parte così riesco a riprendere anche la chiesa a cui ho dato fuoco? Si, però scappi stasera verso le 19 che c’è il tramonto in modo che le fiamme risaltano di più al crepuscolo!” Come idea niente male, nulla da eccepire per carità, ma forse quel direttore si era dimenticato che il terreno di un conflitto non è mai una sala di posa.

Non ci sono commenti ad una richiesta così inopportuna e sconsiderata, formulata dalle labbra di un incompetente, non solo della fotografia, ma dello stesso mondo dell’informazione. Bastò questo perché il fotografo, sentendosi giustamente offeso nel suo lavoro e soprattutto avendo preso atto della “genialità” del suo capo, “licenziasse” in tronco il direttore. Naturalmente questo è un caso limite, ma non c’è da stupirsi troppo se ci si sentono arrivare richieste assurde e irrealizzabili. Se a farle è un commerciante, che di foto poco capisce e che vuole un’immagine pubblicitaria con la solita ragazza in vetrina e il prodotto in mezzo al seno, allora si può anche comprendere, ma dal direttore di un giornale, richieste così strampalate non dovrebbero arrivarne.

Nessuno, più di un fotografo, può sapere, una volta in loco, cosa fare, come farlo e soprattutto quando farlo.

 

(inserito il 12/11/2014)

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