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"Le Leggi di un giornale", scritte da Pintor



Spesso in Italia si è parlato di quotidiani-partito, a proposito di quotidiani come "La Repubblica" di Eugenio Scalfari sul versante di sinistra e "Il Giornale nuovo" durante la direzione di Indro Montanelli per l'area di centrodestra. Con questa espressione si esprimeva l'ambizione del fondatore del quotidiano di non voler fare un semplice organo di informazione ma di prendere parte attiva al dibattito e alla lotta politica con proprie idee e programmi.


Così è stato per Repubblica che ha influenzato l'evoluzione del Pci verso un approdo riformista e che vuole, tuttora, svolgere un ruolo di opposizione o per Montanelli che ha cercato, con fortune alterne, di modellare una destra liberale che nel nostro Paese ha avuto grandi difficoltà ad esprimersi. Così sono, oggi, su versanti diversi,"il Foglio" di Ferrara, che organizza manifestazioni pro Usa o "il Riformista" di Polito con il suo appello per il No al Referendum.


Anche "il Manifesto" di Luigi Pintor è stato un quotidiano che, dopo e nonostante la fine del gruppo politico omonimo, ha voluto rappresentare un area politica di sinistra radicale, un'esperienza politica che è stata una grande palestra e scuola per tante firme importanti del giornalismo italiano.


Un quotidiano, anche fortemente caratterizzato ideologicamente e impegnato politicamente, deve, se vuole vivere e crescere, rispettare alcune "leggi fondamentali" che determinano la vita di una "fabbrica dell'informazione". In una lettera a Rossana Rossanda, cofondatrice con Pintor de "il Manifesto" , datata 1973, a due anni dalla fondazione del quotidiano, Pintor cerca di sintetizzare queste leggi, con la sua prosa scarna, incisiva e caustica, che tanti hanno amato e voluto ricordare in questi giorni successivi alla sua scomparsa. Queste sono le sue "Leggi".


La prima legge di un quotidiano è che deve avere un direttore. E' vero per i giornali borghesi, anche quelli che sembrano sempre uguali a sè stessi. Il Corriere della Sera di Spadolini era diverso da quello di Ottone. Se cambierà Ronchey, cambierà La Stampa. Non è questione di linea politica, ma prima di tutto di tono. ... ciò vale anche per l'Unità e la differenza non stava nella linea politica: anche i giornali di partito che esprimono una posizione o ispirazione generale che sta dietro di loro e che automaticamente riflettono, lo fanno con differenze che dipendono (perfino involontariamente) dalla personalità del direttore, la quale si esprime attraverso mille inafferabili sfumature convergenti in un unica direzione(tematiche, impaginazione, quadri, linguaggio, titoli).


La seconda legge di un giornale è che deve avere una redazione. Non è una banalità, ove per redazione si intenda ciò che la parola dice: gente che redige, compila, realizza, non crea(se non in un senso particolare). Il concetto di redazione non ha senso ove non si accetti un presupposto(che è poi la terza legge): cioè che in un giornale non si inventa nulla, si fonda tutto su eventi, accadimenti, detti altrimenti notizie, ch'esso trasmette a un pubblico dietro pagamento di una somma convenuta.


La redazione redige appunto queste cose, ove per redigere si intende: prima venire a conoscenza, poi valutare, quindi trasmettere criticamente. Perciò la redazione comporta una relativa specializzazione, una distribuzione di incarichi corrispondente ai canali di informazione, un coordinamento o orchestrazione: questa è una base dalla quale non si può prescindere. Il resto, le penne, gli inviati, i corrispondenti che sono pure parte della redazione sono è importantissimo ma complementare....non si può fare un giornale solo o prevalentemente con un corpo complementare(a meno che non vi si dedichi fino a trasformarsi fino in fondo in vera e propria redazione).


La terza legge è che un giornale si basa appunto sugli accadimenti......, dovrebbe essere cioè senza una riga che non sia un'informazione. al limite, non dovrebbe esserci differenza tra commento e notizia. il commento è tale se in pari tempo riferisce, informa e chiarisce, e la notizia è tale se per il posto dove è messa, lo spazio che occupa, il modo come è scritta, comporta, riflette, suggerisce e trasmette un giudizio.


La quarta legge è che un giornale, per essere letto, non deve essere noioso, e per non essere noioso deve essere più polemico, critico e propagandistico che non costruttivo, propositivo e formativo: nella proporzione di tre quarti e un quarto, o almeno di due terzi e un terzo. A leggere attentamente i giornali, anche i più paludati, salvo forse l'Osservatore Romano, tutti trasmettono le loro idee positive in termini negativi, cioè critico-polemici: essi sono cioè tutti demagogici e non pedagogici, non educano ma corrompono, e sulla base di questo vincolo che stabiliscono con i lettori, come un padre che dà denaro ad un figlio per i suoi vizi, gli impongono poi per l'essenziale il proprio punto di vista.


Ma questa quarta legge è strettamente intrecciata a una quinta e a una sesta, che poiché mi sono stufato riassumerò succintamente: il giornale deve sapere che ogni suo numero dura sul mercato poche ore, scivola come acqua fresca, non lascia tracce, e qundi deve proporsi al massimo di esercitare solo una "suggestione" volgare(solo la somma di queste suggestioni produce, nel tempo, un valore formativo e una capacità di sedimentazione), il giornale deve scontare un'alta percentuale di errore, perché la fantasia vale per esso molto più della precisione; l'efficacia molto di più della completezza; o meglio, perché la fantasia e la freschezza e l'efficacia sono armoniche al suo ritmo produttivo, mentre la completezza e la precisione sono da misurare come risultato di insieme(un risultato che non è dato dalla somma aritmetica dei singoli numeri).

(inserito il 23/05/2003)

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